THIS IS NOT AN ERROR: Intervista

vgaagd

Ti discosti dall’essere un artista, definendoti invece un artigiano. È interessante poiché la tecnologia è inevitabilmente intrinseca a tutta le tue creazioni. In quali aspetti del processo fai ricorso alla manualità?

Opterei per interpretare la parola “artigiano” in senso lato ossia come una persona dotata di conoscenze e mezzi adatti anzi diciamo sufficienti alla trasformazione di una materia prima. Le mie materie prime sono immagini, testo, materiali di recupero e nel caso della glitch art un flusso di dati grezzo.
Non mi definisco un artista anche perché per la produzione seguo un metodo più vicino a quello sperimentale piuttosto che passionale/emotivo. Costruisco modelli e spesso mi impongo delle regole come ad esempio: l’utilizzo di 2 soli colori, nessuna linea orizzontale, un solo font ecc.
Non nego che qualcuno possa leggere queste imposizione come un esercizio di stile ma cerco di adottare scelte sempre coerenti con il progetto e il messaggio da veicolare.
La manualità entra in gioco soprattutto in fase di progettazione quando ad esempio vi sono delle strutture da ideare siano queste libri, circuiti elettrici, stencil ecc.

È difficile trovare un filo conduttore nella tua produzione, poiché le tue opere sono altamente sperimentali e si riversano in molti linguaggi e discipline. Come definiresti la continuità nella tua ricerca artistica? E come sei giunto alla glitch art?

Sarebbe più facile far rispondere qualcun altro; mi piace apprendere nuove tecniche e sperimentarle senza conoscere a pieno metodologie e tecniche così da trovare strade inesplorate e magari improprie.
Penso che un filo conduttore possa essere la serendipità ossia la scoperta di un qualcosa mentre si sta cercando altro e la glitch art è serendipità allo stato puro perché enfatizza l’errore che per definizione è inatteso.
Ho scoperto la glitch art ai tempi dell’università (a dire il vero ai tempi non sapevo fosse già stata classificata) effettuando scansioni da utilizzare per dei manifesti con uno scanner malfunzionante, stavo facendo nottata e in mattinata avrei dovuto consegnare il lavoro, non avevo tempo per procurarmi un altro scanner e utilizzai ugualmente le immagini “glitchate“. L’esame andò bene e molti mi chiesero quali effetti di Photoshop avessi usato.

L’opera qui esposta è altamente interattiva poiché il risultato si genera solamente attraverso l’azione degli spettatori. Si tratta quindi anche di capire e studiare il comportamento umano, attivare dei meccanismi mentali attraverso il “gioco”. Com’è nata l’idea e quali le tue aspettative sul riscontro da parte del pubblico?

L’idea è nata cercando soluzioni che non prevedessero l’utilizzo di computer e videoproiettore per fare visual durante liveset musicali, la mia intenzione era quella di costruire una sorta di mixer video dalla quale controllare colori e interferenze di vecchi monitor a tubo catodico. La scelta è caduta sui vecchi monitor perché meglio si prestano a questo scopo: sono a buon mercato e il connettore VGA permette di avere ingressi e uscite separate per la gestione dei canali colore e sincronia orizzontale e verticale.
Per il controllo dei vari parametri ho poi utilizzato semplici interruttori e potenziometri.
Penso che quest’opera sia molto “punk” non ho prestato intenzionalmente molta attenzione alla presentazione favorendo l’aspetto modulare infatti ogni volta che la monto ottengo risultati diversi.
Chi è affine ai synth modulari, ai visual o ai videogiochi penso possa trovare l’opera molto interessante.

Sempre in riferimento alla domanda precedente (sull’opera esposta e il comportamento umano), qual è il tuo rapporto come artista con la tecnologia? E quali i tuoi pensieri sul rapporto degli user, e soprattutto i ricettori dell’arte digitale di oggigiorno?

L’arte ha da sempre avuto uno scopo didattico e il rapporto con la scienza e la tecnologia è pressoché inscindibile basti pensare allo studio del corpo umano, alla prospettiva, alla cinematica, allo studio della luce ecc. ma anche alla psicologia e altre scienze umanistiche. Potrei affermare in modo provocatorio che non trovo differenza tra un pennello e un algoritmo o tra uno scalpello e un programma di modellazione cad ciò che dà valore aggiunto all’opera è l’approccio a questi nuovi strumenti di creazione. Una tecnologia all’avanguardia non crea più stupore le informazioni corrono in tempo reale e non siamo più abbituati a stupirci ciò che può stupire sono le differenti connessioni che un artista può creare nella sua opera. Impiantarsi un terzo braccio bionico controllato mediate onde neuronali mi stupisce meno che utilizzare le stesse onde celebrali per controllare il meteo. L’arduo compito di critici, curatori, galleristi e utenti è districarsi tra l’enorme quantità di prodotti e selezionarli; in un mare di rindondanza è spesso difficile riconoscere un’idea valida e darle l’attenzione che merita.

La difficoltà nell’appropriare l’arte digitale in generale, capirne la fruizione e la durata, sono stati i temi centrali di molte discussioni recenti.  Secondo te, che ruolo gioca la documentazione del lavoro di ogni artista in questo proposito?

Quando si parla di arte digitale si entra nel mondo delle nuove tecnologie e dei new media, diventano centrali temi quali: programmazione, elaborazione digitale, condivisione, velocità e intrattenimento e ogni opera può essere sviluppata dando importanza ad un tema piuttosto che ad un altro, le fonti da cui attingere sono quindi vastissime e i risultati eterogenei. Inoltre nell’arte digitale che il mezzo sia parte del contenuto è innegabile e ambedue gli attori soffrono delle peculiarità dello strumento digitale come la labilità e l’interdipendenza a causa di ciò la produzione di una buona documentazione fa da spartiacque da ciò che durerà un clic a ciò che sarà punto di partenza per qualcos’altro. Un artista “digitale” non dovrebbe essere geloso delle proprie tecniche e metodi dato che punto chiave della produzione artistica in questo campo è frutto della conoscenza condivisa.

La fruizione non penso sia un problema se non si è chiusi mentalmente e non si ha paura di interfacciarsi con qualcosa che non si apprende a pieno, ricordo sparate di mostri ritenuti sacri sull’arte digitale che la paragonavano a “cercare di mangiare la fotografia di un hamburger” perché non ci si può relazionare con un monitor…  nulla di più sbagliato e anacronistico anche nel diciottesimo secolo c’era chi criticava la fotografia poi il tempo ha fatto da giudice.

La terza rivoluzione industriale legata all’invenzione di internet come mezzo di comunicazione è oltrepassata già da molto tempo, termini come “post-internet” hanno forse perso il loro senso. Ci troviamo in un’era ambigua e di transizione verso terreni ancora da definire. Quali sono i limiti superabili che potrebbero schiudere delle potenzialità in questo momento, o nel prossimo futuro?

Non è facile definire un limite superabile, nel momento stesso in cui lo trovassi teorizzerei un nuovo prodotto, un nuovo mezzo poi andrei su google e scoprirei che qualcuno ci ha già pensato.
È molto più interessante ragionare sui limiti invalicabili, non si sa mai dove si potrebbe arrivare.

Intervista per Homemade Gallery, This is not an error – maggio 2016

 

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